“Poco studiosi e disillusi” L’Italia perde i giovani
Edizione: La Stampa, 18 maggio 2011, Raffaello Masci
"Poco studiosi e disillusi" L'Italia perde i giovani
L'Sos in una ricerca del Censis: in 10 anni due milioni di under 34 in meno
RAFFAELLO MASCI
I giovani in Italia sono sempre di meno, e questo all'incirca si sapeva. Ma sono anche il segmento sociale più fragile, emarginato, povero e disilluso della popolazione. Non è finita: l'11% degli oltre 6 milioni di under 24 (pari a circa 700 mila ragazzi) è «perduto». Sì, proprio così: non studia, non lavora, non cerca un lavoro perché si è stancato di cercarlo, e vive alla giornata.
Il quadro della condizione giovanile - secondo la relazione che ha tenuto alla Camera il direttore del Censis Giuseppe Roma - è attualmente pessimo e, se non verranno presi provvedimenti (che il Censis segnala e propone) potrà solo peggiorare.
Intanto i giovani stanno scomparendo come generazione - avverte il professor Roma -. In dieci anni ne abbiamo persi due milioni. Erano il 28% degli italiani solo 10 anni fa e sono diventati il 23%. Tra 15 anni saranno il 21%. Per contro gli over 65 sono il 20% oggi e saranno il 26% nel 2030.
Ma ciò che rende grigia la situazione dell'Italia, è che questa è anche una generazione profondamente infelice perché vive un'esclusione crescente dal mondo produttivo: insomma, non lavora. Un male comune agli altri stati comunitari, dove la disoccupazione giovanile ha raggiunto la media del 20%, ma più grave da noi, che abbiamo toccato quota 28%.
Se poi andiamo a distinguere tra fasce giovanili, «la partecipazione al lavoro è bassa nell'età dell'apprendistato e del diploma (18-24 anni), ma nei successivi dieci anni la quota di chi non ha avuto accesso alla vita attiva, alla piena autonomia e responsabilità raggiunge il 35%, una quota preoccupantemente alta, che sale al 45% per le donne e al 53% nel Mezzogiorno».
Un dramma. Tant'è che l'11,2% dei 6 milioni e 730 mila giovani italiani non regge e, appunto, si perde. Un fenomeno di sfiducia diffuso anche in Europa, ma lì la media è del 3,4%, un quarto rispetto all'Italia.
Colpa della precarietà, ma anche della scuola e soprattutto della bassa crescita del Pil, che non genera occupazione. La flessibilità in ingresso nel mercato del lavoro - dice il Censis - che pure «rappresenta uno strumento importante di attivazione della partecipazione giovanile», non ha prodotto occupazione di per sé, così come non l'ha prodotta neppure in altri Paesi europei che vi hanno fatto ricorso. Ha invece determinato, almeno in Italia, una precarietà strisciante e spesso sconfortante, se si considera che a tutt'oggi risultano «atipici» (cioè precari) l'85,3% dei contratti di lavoro che riguardano i giovani.
Quanto all'istruzione, potremmo sintetizzare dicendo che è troppo lunga (in Europa ci si diploma un anno prima), troppo scadente, e per di più inutile rispetto alle esigenze del mercato del lavoro. Abbiamo pochi laureati rispetto alla Ue (20,7% contro la media del 33%) ma anche il più basso tasso di occupazione tra i laureati (67% contro 84%), come dire che ne abbiamo pochi ma sono perfino troppi per le nostre esigenze.
E questo perché «la formazione universitaria si mostra poco rispondente alle esigenze del mercato». In sostanza, troppe lauree chiacchierose e farlocche producono dottori inutili e disoccupati.
Che fare di fronte a questo scenario? Il Censis suggerisce al parlamento cinque interventi: valorizzare i diplomi in senso professionalizzante, fare della laurea breve un percorso che insegni effettivamente a fare qualcosa e subito, pensare alla laurea specialistica come ad un percorso di praticantato per le professioni, sostenere l'imprenditoria giovanile detassandola per un triennio, infine, due giovani assunti per ogni cassintegrato che venga rimesso in formazione (a spese dello Stato).
"11,2 per cento tra i 15-24enni"
"È la percentuale dei «Neet» italiani (Not in Education Employment or Training), cioè di chi non studia e non lavora. La media Ue è del 3,4%".
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Intervista
Il demografo: se ignoriamo i laureati, continueranno a fuggire all'estero
TONIA MASTROBUONI
E' stato lui a coniare il termine «degiovanimento». Quello tradizionale, «invecchiamento della popolazione», era «sinceramente fuori fuoco, rispetto all'emergenza vera». Alessandro Rosina è concentrato da anni sul tema rilanciato ieri dal Censis. E anche l'ultima fatica editoriale, «Non è un paese per giovani» (Marsilio), esprime la convinzione che l'Italia non debba rassegnarsi a un orizzonte di Florida d'Europa. Sui due milioni di giovani spariti negli ultimi dieci anni il demografo della Cattolica di Milano ha le idee ben chiare.
Perché stanno sparendo i giovani?
«Dalla metà degli anni ‘80 c'è un problema drammatico che riguarda i tassi di fecondità delle donne italiane, ormai tra i più bassi al mondo. Siamo sotto la media europea, sicuramente, a 1,4 bambini per ogni donna. Un dato che è migliorato negli ultimi anni solo grazie al contributo delle immigrate».
È solo un problema che riguarda la scarsa propensione delle donne a fare figli?
«No. C'è anche un fenomeno drammatico di emigrazione. Dal Mezzogiorno solo uno su dieci va all'estero, gli altri emigrano a Nord. Ma le cifre sono impressionanti: 114mila ragazzi hanno lasciato il Paese per tentare la fortuna altrove nel solo 2009».
Perché abbiamo meno laureati rispetto al resto d'Europa, e che per di più concludono gli studi più tardi?
«Il problema è che li buttiamo via dopo la laurea. Se lei pensa che nel 2006 ben 6500 laureati sono emigrati all'estero, ha un'idea dello spreco. È l'equivalente di tutti i laureati della specialistica del più grande ateneo italiano, la Sapienza».
Il problema è che non sappiamo valorizzarli?
«Esattamente. L'incentivo recente per chi assume gli under 40 è stata una buona idea ma se poi, come ci dicono i dati Almalaurea, i giovani tornano e devono accettare lavori a metà dello stipendio che percepivano all'estero, è tutto inutile. E più in generale dobbiamo tenere conto che abbiamo il 20% di occupati in meno, tra i laureati, rispetto al resto d'Europa».
Quindi buona parte dei due milioni «spariti», secondo il Censis, forse sono all'estero?
«Secondo i dati Aire, l'anagrafe dei residentiall'estero, un milione di italiani tra i 20 e i 40 anni vive all'estero. Molti, però non si iscrivono all'Aire. Possiamo stimare insomma che nel complesso sono 1,5 milioni. Stiamo parlando dell'equivalente dei giovani di un intera regione, il Lazio. Perché non si può provare a riportarli qui? Non sono spariti, sono altrove».
"IL PROBLEMA «Come se un'intera regione quale il Lazio avesse lasciato il Paese»"
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La proposta
«Due ragazzi assunti per ogni cassintegrato»
Due assunti per ogni cassintegrato. E' una delle istanze che il Censis fa per riuscire a sbloccare la disoccupazione giovanile. «La proposta di un contratto unico - spiega Giuseppe Roma - non sembra risolutiva. La stabilizzazione del lavoro giovanile difficilmente potrà avvenire attraverso l'introduzione di regole contrattuali, ma si potrà realizzare con adeguati ritmi di crescita del Prodotto interno lordo e attraverso processi di mobilità». A questo scopo - aggiunge - «si potrà studiare una sorta di cassa integrazione professionalizzante per competenze obsolete». Significa introdurre un meccanismo per il quale, «a fronte di ogni lavoratore a tempo indeterminato ma il cui apporto in azienda risulta non congruente con gli obiettivi di competitività e sviluppo, l'azienda che assume due giovani a maggiore professionalità potrà essere aiutata a collocarlo, dopo opportuni corsi di formazione finanziati da soggetti pubblici».
Pubblicato: il 18 maggio 2011
TAG: giovani
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