Editoriale - Luca Savarino, Presidente di NewTo
Autore: Luca Savarino (socio fondatore NewTo)
Perché è difficile intervenire su questioni che riguardano il futuro di tutti e non solo di alcuni?
Iniziamo con il mettere da parte alcune risposte immediate, alle quali vorrei soltanto accennare.
Può darsi che pochi partecipino al nostro blog perché tutti hanno poco tempo per farlo. Perché tanti, forse tutti, sono costretti nella morsa di una carriera da costruire e di un privato che sottrae (legittimamente) tempo a questioni apparentemente lontane dalla vita quotidiana.
Oppure (e questo vale soprattutto per coloro che vorrebbero occuparsi di questioni collettive) perché i problemi dei quali si tratta sono problemi complessi, che richiedono un certo grado di competenze tecniche che non tutti possiedono, o credono di possedere. Il problema della specializzazione, nel grado di formulazione di molta parte delle questioni di interesse pubblico, è ormai sotto gli occhi di tutti e costituisce la cifra della nostra epoca, un’epoca in cui gli individui non hanno, o non hanno più, a disposizione, il bagaglio teorico di grandi racconti che permettano di fornire risposte immediate (e talvolta semplicistiche) a problemi complessi. L’ideologia è rassicurante. Il caos genera impotenza.
Ma, forse, non tutto il male viene per nuocere.
Se riflettiamo sul senso e l’estensione della mission di una cosa strana e forse non (immediatamente) utile come NewTo, apparirà chiaro come, a questo livello, si intersechino due problemi apparentemente connessi, ma che in realtà vanno tenuti ben distinti.
Il primo riguarda il numero e la rappresentatività dei giovani nei posti di responsabilità. Si tratta di un problema reale e facilmente misurabile. Quando diciamo che l’Italia è un paese gerontocratico sottintendiamo giustamente che il ricambio della classe dirigente è lento e faticoso.
Esiste però un secondo problema, meno facilmente misurabile, che potrei formulare così: in nome di quali idee e di quali valori i giovani avanzano la loro candidatura a sostituire le generazioni precedenti ai vertici della società? La capacità di esprimere una leadership non può (per fortuna) fondarsi sulla carta d’identità, ma deve sostanziarsi in una visione del mondo e in un senso di appartenenza chiaramente definibili. Perché diciamo no a Massimo D’Alema, e cioè, non va dimenticato, al migliore tra i padri con cui vorremmo confrontarci? Se vogliamo sfuggire all’accusa di giovanilismo velleitario che alcuni (forse non a torto) ci muovono, dovremmo sforzarci di esplicitare i motivi per cui troviamo insoddisfacente la sua idea della politica e l’insieme di valori e di soluzioni alle questioni pubbliche che tale visione porta con sé. Dobbiamo sforzarci, insomma, di sfuggire all’immagine di una generazione di trenta quarantenni amorfa e sostanzialmente immobile. Un’immagine che ha certamente una parte di verità: persone apatiche, indifferenti, che possiedono uno scarso senso della cosa pubblica e una scarsa attenzione per questioni che vanno al di là della carriera, della famiglia, ma che riguardano il senso della vita associata.
Se la mission di NewTo, come io credo, è quella di creare un luogo che sia in grado favorire l’emergere di una classe dirigente fondata sul merito e non sulle relazioni, occorre forse definire per prima cosa che cosa intendiamo per merito. Merito non può sostanziarsi unicamente in un bagaglio di competenze tecnico professionali che, certo, vanno presupposte, ma non lo esauriscono. Merito implica anche la capacità di formare una visione pubblica, la consapevolezza di far parte di un contesto allargato, la capacità di assumersi le responsabilità che ciò comporta. La nozione di merito, insomma, non può sostanziarsi a prescindere da una riflessione di carattere etico (utilizzo il termine con una certa fatica) e politico sui valori della nostra generazione e sul senso complessivo del nostro stare al mondo.
La stessa contrapposizione giovani-vecchi mi sembra vada ridefinita. La lentezza nel ricambio generazionale non è un problema solo delle vecchie generazioni. Nessuno lascia il potere volontariamente, si diceva. E nessuno ha titolo ad occupare un posto di responsabilità solo perché è giovane e preparato. Ma la lentezza nel ricambio generazionale non è un problema solo per le giovani generazioni che vengono tagliate fuori dai posti di comando. Spesso, anzi, tale lentezza diventa un alibi all’indifferenza, un modo di alimentare la resistenza a superare quel “narcisismo” generazionale che non ci consente di sviluppare una visione del presente che è e del futuro che vorremmo che fosse.
Il problema, allora, è sistemico: un problema del sistema-paese, si potrebbe dire, adoperando un vocabolario certamente un po’ antiquato, ma forse ancora efficace. Un problema legato allo spreco di potenziali talenti che i nostri padri non hanno saputo adeguatamente coltivare, creando i luoghi adatti a che ciò avvenisse, ma che siamo noi i primi a non avere la forza e la voglia di sviluppare autonomamente.
Credo che l’obiettivo di NewTo debba essere proprio quello di contribuire a un allargamento della nozione di merito, cercando di mettere a disposizione di persone interessate e di buona volontà un luogo dove sacrificare un po’ del loro tempo per elaborare un senso che trascenda il singolo individuo e il suo campo di interesse professionale, senza voler negare l’aspirazione più che legittima alla carriera e alla costruzione di una famiglia.
Mi fermo qui, lasciando sullo sfondo alcune questioni secondo me altrettanto importanti, che in parte sono state poste da Luciano Gallino nell’incontro alla Fondazione Sandretto del gennaio scorso. Perché Newto nasce proprio a Torino, apparentemente uno dei posti che ne ha meno bisogno? Che rapporto intercorre tra la formazione di una classe dirigente e le possibilità di ascesa sociale delle fasce di popolazione meno abbienti? Quali sono le possibilità realistiche di coinvolgere cittadini stranieri, immigrati di seconda generazione, in questo processo di costruzione di un’identità collettiva condivisa? Domande che per ora giacciono irrisolte e che meriterebbero in futuro una riflessione adeguata.
Luca Savarino - Presidente di NewTo
Pubblicato: il 11 febbraio 2009
TAG: newto
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Commenti degli utenti
donatella - 12/06/2009 05:22
In merito all’editoriale e alla fine dei primi sei mesi di attività di Newto vorrei esprimere alcune considerazioni: mi pare che uno dei nodi principali, sia proprio quello della mancanza di interesse delle generazioni dei trenta/quarantenni verso la cosa pubblica, le cui ragioni sono molteplici, mancanza di dialogo fra generazioni; individualismo, il quale ha come principali conseguenze l’isolamento e l’incapacità di essere solidali e di unire le forze per perseguire un interesse collettivo, il cui risultato è l'incapacità di soffermarsi e riflettere sui temi che coinvolgono direttamente e indirettamente il nostro futuro (istruzione, welfare, ambiente, ecc.). Vorrei sottolineare quello che è stato, a mio parere, un po’ un limite dei primi sei mesi di quest’esperienza, la sensazione che ho avuto è che seppur tutti gli incontri siano stati interessanti e organizzati in modo molto professionale e preciso ho trovato spesso gli incontri e i dibattiti un po’ algidi e un po' privi di passione, mi pare che ci si sia fermati sempre ad un punto di non ritorno da cui non si è stati in grado di compiere il passo successivo… forse il punto è che le volontà e gli obiettivi dell’associazione e dei partecipanti vanno in direzioni molto più diverse da quello che potrebbe apparire e così le energie si disperdono e non si riesce a trovare un comune terreno di azione, non so, forse per far ciò bisognerebbe avere almeno degli obiettivi comuni da raggiungere, ma per ora quelli indicati dall’associazione sono rimasti molto teorici e generali, cito dal sito: “interesse per la cosa pubblica, meritocrazia, attenzione e promozione dell'eccellenza, costruzione di relazioni, riconoscimento reciproco, stimolo e 'crocevia' intellettuale: sono le idee fondanti e fondamentali di NewTo. Ne funge da presupposto il riconoscimento del ruolo strategico dell'attività intellettuale, formativa, culturale, oltre gli stessi risultati misurabili che essa è in grado di produrre. Intendiamo creare reti laddove esse non esistono, intendiamo potenziare quelle già esistenti, ci prefiggiamo di intrecciare questioni d'immaginario con questioni di competenza specifica”. Concordo con il fatto che la semplificazione di problemi complessi sia molto pericolosa, ma è anche spesso inevitabile quando non si pratica con una certa frequenza il confronto con i tanti mondi che compongono una società frammentata e complessa come quella in cui viviamo, la propria personale opinione è il frutto dell’esperienza di vita e degli ambienti che si frequentano e invitabilmente riflette solo una parte e solo un punto di vista, per questo credo che il primo obiettivo da perseguire sia il confronto e la capacità di rendersi disponibili all’ascolto. Mi aveva colpito una frase di Luca che diceva che forse il tentativo di Newto di cambiare determinati meccanismi potrà essere vano… io condivido questo timore, ma credo che comunque andranno le cose questa esperienza non sarà stata vana perché in questo momento di stasi e immobilismo culturale e politico mi sembra che Newto abbia provato a fare qualcosa di diverso. Con l’augurio che Newto possa crescere ed evolversi ancora, auguro a tutti una buona estate! DG